Archivio Capitolare

Il fondo antico della biblioteca è costituito da 199 unità bibliografiche, di cui 31 secentine e 158 settecentine. Da un primo esame emerge la netta prevalenza di testi di spiritualità, vale a dire opere contenenti suggerimenti, considerazioni morali e meditazioni rivolte alle anime divote. Usuali sono poi le opere di agiografia, teologia e devozione, mentre risaltano per la loro presenza all’interno di una biblioteca monastica, un’opera di medicina (G. V. Zevani, De’ morbi purulenti del corpo umano, Napoli, V. Manfredi, 1776), una di filosofia (G. Morardo, L’uomo guidato dalla ragione, Napoli, G. Porcelli, 1794) e una di diritto (R. Le Vayer de Boutigny, Dell’auorità del re sopra l’età necessaria alla professione solenne de’ religiosi, Napoli, G. Gravier, 1768). Il filo conduttore del fondo è senza dubbio l’esigenza della formazione più spirituale che culturale delle monache, a maggior ragione se si tiene conto del fatto che in tale cenobio l’educandato si praticava fin dalla seconda metà del secolo XVI. Formazione guidata con l’aiuto di testi funzionali agli esercizi spirituali e rafforzata da opere agiografiche. Non è un caso infatti l’elevato numero degli autori gesuiti ai quali era stata affidata da mons.

Francesco Antonio Scoppa, vescovo di Ostuni, nella relazione Ad Sacra Limina del 1750, il compito di tenere alle monache ostunesi gli esercizi spirituali. Cospicuo anche il gruppo di autori appartenenti all’ordine francescano, mentre stupisce la presenza, piuttosto esigua in una biblioteca benedettina, di autori dell’ordine, nonché di scritti sulla regola ed i suoi seguaci. Per quanto riguarda le stamperie di provenienza, la quasi totalità dei volumi risulta prodotta da torchi veneziani e napoletani; per il resto sono presenti un po’ tutti i principali centri editoriali italiani (nord e centro Italia), mentre a rappresentare quelli europei c’è solo la città di Monaco. Esaminando analiticamente il fondo, tra le 31 edizioni del Seicento spicca per unicità e particolarità la Vita Beati P. Ignatii Loiolæ Societatis Iesu fundatoris di Rodolfo Acquaviva (Roma, 1609) dove gli episodi salienti della vita del santo vengono raccontati e descritti attraverso illustrazioni con didascalie in lingua latina. Si tratta dell’unico testo interamente illustrato e in lingua antica esistente in questa raccolta libraria. Si distingue invece per le dimensioni davvero notevoli il volume del carmelitano scalzo Francesco della Croce su i Disinganni per vivere, e morir bene (Napoli, G. Roselli, s.d.). Per il resto gran parte delle opere risulta incentrata su diverse figure femminili, siano esse autrici (è il caso di santa Teresa di Gesù, Maria di Gesù) o protagoniste (beata Gertrude e beata Matilde), donne dell’antichità (quali sono le Eroine della solitudine sacra, prime cristiane) o donne “contemporanee” (come la principessa Adelaide di Savoia). Presente nel fondo in duplice copia un testo, Pratiche devote e meditazioni per la novena del Patriarca S. Benedetto (Napoli, G. Raimondi, 1757) di un’autrice anonima: si sa solo che trattasi di una monaca benedettina del monastero di san Gregorio Armeno in Napoli. Non mancano, infine, le opere dei grandi del cristianesimo come san Francesco di Sales e san Tommaso da Kempis ormai unanimemente riconosciuto quale autore Dell’imitazione di Cristo.

Passando alle settecentine, la prima cosa che colpisce è la presenza di ben 12 testi di autori di lingua francese: si tratta di edizioni italiane, ad eccezione di un solo volume stampato a Monaco e in lingua originale. Tra gli scrittori presenti nel fondo si ricordano Jacques Bénigne Bossuet, scrittore ascetico, Jean Crasset autore francese maggiormente rappresentato nel fondo librario descritto, il gesuita Jacques Philippe Lallemant, Paul Gabriel Antoine, scrittore di numerose opere teologiche ed ascetiche, Ambroise de Lombez. Jean Baptiste Saint Jurè, François Nepveu, A. G. Mege, Roland Le Vayer de Boutigny, Ancora Loius-Isaac Le Maitre de Sacy e infine il monaco maurino Jean Paul Du Sault. Senza dubbio i rapporti con la cultura francese per una comunità monastica, per di più femminile e di un piccolo, anche se culturalmente fiorente, centro dell’Italia meridionale è un fatto insolito. Si potrebbe ipotizzare che al chiostro ostunese, facendo capo all’abbazia di Montecassino, che apparteneva alla Congregazione dei maurini, fondata in Francia nel 1621 e caratterizzata da una straordinaria operosità intellettuale, oltre che spirituale e liturgica, fosse agevole avere questa tipologia di testi. Nel fondo compaiono due esponenti della congregazione, Jean Paul Du Sault e Giuseppe Mege. Accanto alle opere di rappresentanti della religiosità d’oltralpe si trovano parimenti attestate opere incentrate sulla vita e le virtù di religiosi salentini, a volte sconosciuti. Il testo sulla Vita della venerabile Madre Rosa Maria Serio di S. Antonio (1738) del padre gesuita G. G. Settempedano è un’ampia biografia della religiosa ostunese ed è stata scritta proprio in funzione del processo avviato il 22 settembre 1741 ad istanza del padre carmelitano Serafino Potenza e per specifica disposizione della Camera Apostolica. Gli autori pugliesi sono invece rappresentati da Giuseppe Antonio Marcheselli, minore conventuale in Andria, con Il cristiano occupato nel ritiro di dieci giorni (Venezia, Giovanni Battista Recurti, 1744) e da Lorenzo Scupoli, teatino di Otranto, con il suo Combattimento spirituale, stampato a Bassano nel 1745, per i tipi della Stamperia Remondini. Mentre tra i grandi autori cristiani sono da citare sant’Agostino, presente con due edizioni delle sue Confessioni (Venezia, N. Pezzana, 1709 e Bassano, A. Remondini, s.d.), sant’Alfonso Maria de’ Liguori (Novena del Santo Natale, Napoli, G. Raimondi, 1762; La vera sposa di Gesù Cristo, Napoli, Flauto, 1764), san Francesco d’Assisi (Regola e testamento del Serafico Padre S. Francesco, s.l., s.e., 1770), san Leonardo da Porto Maurizio (Manuale sacro, Venezia, G. Corona, 1743-1752). Particolare attenzione è stata poi rivolta al misticismo e ai suoi maggiori esponenti, per lo più spagnoli: da Teresa di Gesù a Tommaso da Kempis, da Giovanni della Croce a Francesco d’Assisi, da Ludovico da Ponte a Francesco di Sales. La più antica testimonianza di possesso la si trova apposta su Il camino spirituale dell’abate Ercole D’Aiello, nell’edizione napoletana di Giovanni Battista Sottile del 1605, dove si legge che un certo Ferrante Bisanti è nato a luglio del 1571. Diversi poi sono i volumi con note di possesso di religiose del monastero: Maria Giuseppa Patrelli, Maria Giuseppa e Margherita Scandelari, originarie di Oria e poi la singolare nota di possesso apposta su La vita di S. Francesco Saverio del gesuita Giuseppe Massei dalla piccola Rosina Longo, educanda nel monastero dal 1846 al 1853, in data 11 agosto 1851, quando diceva di avere l’età di anni “12, 1 mese, 4 giorni, 9 ore”; ancora Maria Germana Nisi che scriveva di aver ricevuto in dono nel 1830 dal suo confessore Pasquale Moccia di Erchie le Meditazioni sacre sopra i Santi dell’Ordine di S. Benedetto (Napoli, Felice Mosca, 1726); alla sua morte, avvenuta nel 1876, il volume è passato nelle mani di suor Angela Raffaella Ayroldi, la quale nel mese di novembre del 1899 lo aveva venduto all’allora badessa Rita Solazzo. Nel mese precedente questa aveva acquistato, sempre dalla Nisi, la Novena del Santo Natale di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (Napoli, G. Raimondi, 1762). Sono circa venti i volumi appartenuti a Rita Solazzo e a sua sorella Filomena: queste giunsero nel cenobio ostunese all’indomani della soppressione del monastero delle benedettine di Brindisi nel 1866. Accanto ai volumi, il monastero ostunese conserva anche un manoscritto della Rita Solazzo, una specie di diario spirituale compilato dalla fine del 1860 al giugno del 1862.

Catasti

Con il termine “catasto” si intende quell’operazione che gli Stati preunitari attuarono per conoscere la consistenza dei beni immobili dei cittadini al fine di ripartire equamente su di essi il peso fiscale, su questi beni viene eseguita la “stima” della capacità contributiva di ciascun cittadino o ente.
E’ probabile che la parola derivi dal verbo “accatastare”, ovvero “mettere insieme” le diverse rendite in un elenco complessivo.

Il catasto è uno strumento puramente fiscale con una funzione amministrativa e consultato per fini economici, ma è anche fonte documentaria che parla dei beni e delle “fatiche” degli uomini raccontandone la storia. Le pagine descrivono il tessuto urbano, l’aspetto culturale, l’economia cittadina e quella rurale, lo status sociale e l’organizzazione familiare, consentendo di ricostruire le condizioni di vita nella cittadina di Mesagne tra il XVI e il XVII secolo. I due catasti antichi conservati nell’Archivio Capitolare, 1588 e 1627, forniscono informazioni preziosissime ai fini degli studi demografici ed economici in un’epoca in cui lo Stato civile non è ancora istituito, e consentendo di conoscere le diverse strutture familiari, spesso formate da più nuclei, condizionate dalla necessità di condividere gli spazi abitativi per unire le proprie entrate e ridurre la tassa del testatico. I catasti più antichi furono introdotti da re Ferdinando D’Aragona il 19 novembre del 1496 col provvedimento legislativo ” De appretio seu bonorum aestimatione”.
A partire da questa data ci fu un diverso modo di quantificare e pagare le tasse.
I catasti antichi rispecchiano un tipo di fiscalità “mista” che gravava sulle teste e sui possessi, e tassavano i possessi non in rapporto alla loro rendita ma al loro valore.
I nobili ed i professionisti erano anche esentati dal pagamento del “testatico”, purché non esercitassero dei “mestieri ignobili”.